Giorgio Piacenza: il chiarirsi d’una vita (Angelo Dragone)

By admin on 19 luglio 2014 in antologia critica
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Il nome di Giorgio Piacenza, così noto nel settore industriale delle confezioni tessili, può apparire stranamente nuovo nel mondo dell’arte dove ha tuttavia lasciato limpida traccia dell’opera sua. Il fatto è che soltanto il giorno in cui, spintovi da alcuni amici artisti e critici d’arte, si lasciò convincere ad esporre – celandosi peraltro sotto il nome di “Dassu” (che vuol dire semplicemente da Superga)- si ebbe la possibilità di scoprire questo suo segreto impegno poetico e di definirne la personalità nell’ambito della visione figurativa del suo e nostro tempo. Nella scelta dello pseudonimo c’era intanto certo più la volontà di nascondersi che non l’intento di fornire un’indicazione topografica capace di localizzare, a mezza costa del verdeggiante pendio sotto la basilica juvarriana, il suo eremo insospettabilmente operoso. Accanto alla dimora aperta spesso agli amici, ma soprattutto a quelli che, come lui, fossero amatori o cultori d’arte, Giorgio Piacenza s’era costruito, al riparo da ogni occhio men che discreto, lo studio-laboratorio che ha visto nascere una vasta e suggestiva produzione pittorica nella quale una sensibile investigazione di materie anche inedite, ha fatto quasi da stimolo ad una incessante invenzione di forme e colori. Quel senso tutto intimo col quale l’artista ha considerato interi decenni di attività creativa, dovette venirgli dunque non tanto da una sorta di profondo pudore, quanto dal desiderio di evitare qualsiasi fraintendimento da parte di chi, ignorando il significato e il fervore di quelle giornate di gioioso e sfrenato abbandono agli estri e alle intuizioni d’una ricerca di valori espressivi, avrebbe anche potuto pensare all’hobby dell’industriale pronto a farsi “pittore della domenica” com’egli amò talora dirsi per respingere però con una “battuta” una definizione che virtualmente non si sarebbe mai adattata all’uomo che si sentiva del tutto libero e deciso a salvare quella sua libertà d’esser in ogni momento soltanto, ma pienamente sé stesso.

A smentire l’habitus dilettantistico erano d’altra parte ogni giorno, non solo la consapevolezza del suo poetico operare, ma anche una palese vocazione destinata a guidarne le scelte sul filo d’una sempre aggiornata cultura estetica, e un fondamentale mestiere pazientemente acquisito attraverso anni di esemplare esercizio. Gli era stato maestro, altrettanto paziente e rispettoso della sua personalità, Giulio Da Milano, figura solitaria quanto significativa dell’ambiente artistico torinese intorno al 1930, ch’ebbe il merito di offrirgli un invidiabile apparato tecnico senza mai frenare l’incalzante ed entusiasmante necessità di cimentarsi in nuove esperienze, spintovi da interessi e curiosità sempre vivi per tutto ciò che avrebbe potuto farsi naturale tramite di estetiche emozioni. Si può quindi notare come soltanto alla luce di questa sua opera di artista, si sia chiarito il senso più vero della vita di Giorgio Piacenza che – essendo stato tra i primi collezionisti torinesi ad essere conquistato dalle ragioni dell’astrattismo – non tardò a sperimentare egli stesso quel poetico bisogno di dar vita (la mano d’accordo con lo spirito) ad una vasta serie di immagini capaci di aiutare l’uomo a superare quel suo stato di disperata e disperante alienazione, fattore primo d’una sempre più profonda angoscia che quasi l’attende. Ecco perché guardando i dipinti di Giorgio Piacenza sembra di sentirvi rifluire – con tutti i suoi magici e suggestivi poteri – l’antica anima dell’uomo-artefice. Le sue mani toccarono via via la sabbia e lo smalto, l’olio e il poliestere, alternando attraverso apposite mascherature strati di colori e stesure vinaviliche, mentre vi incorporavano il frammento naturale o il calco d’una sua impronta, sino ad incastonarvi l’antico sigillo peruviano, per farne ogni volta una materia essenzialmente viva e non più peritura, preziosa, e non soltanto per la finezza di certe velature o per gli affioramenti dell’oro in foglia, come di altri toni delicati – dal verde smeraldo al calore delle ocre, dal rosso granata ai luminosi fondi arancio o di lapislazzuli – ma anche per quelle filigranate trasparenze che certe figurazioni vi assumono. Bisogna sottolineare però che per lui la pittura non ha avuto bisogno di conquistarsi un suo spazio vitale se non dentro gli angusti limiti di tempo che l’attività industriale poteva lasciargli, in quanto nella sua più colma espressività, riconfermava l’autentica validità delle proprie forme, in una specie di sbocco naturale di cui oggi offrono già testimonianza stupenda alcune stoffe e confezioni firmate da « Dassu» e realizzate dalle Trasformazioni Tessili. Nelle loro armoniose strutture le opere di Giorgio Piacenza, impaginate con inconfondibile originalità, serbano certe aeree prospettive, ove s’accampano forme misteriose, ma d’una perentoria vitalità; dall’impronta profonda d’un simbolo arcano, all’efflorescenza cromatica, confermando l’intima ispirazione tellurica dell’artista nello stesso processo “materico” ch’è stato il tramite preferito cui egli ha affidato il suo lirico messaggio. Le tavole qui riunite intendono offrire non più di pochi esempi dei quali non potrà certo sfuggire la suggestiva bellezza. Essi coprono il breve arco dell’ultimo quinquennio della sua attività artistica, passandosi dalle solide tessiture di alcuni dipinti plastici del ‘64 (non immemori forse del fascino di certi muri di Tàpies o di certe composizioni dell’amico Wessel) alle sottili ed emblematiche ideazioni che non ignorano neppure le cadenze neofloreali d’un grafico pittoricismo, per definire nelle più fertili stagioni delle sue ultime convalescenze – vissute insieme alla moglie in quell’esaltante risarcimento creativo – il carattere più profondo ed autentico di questa sua esperienza d’arte, entro una sfera in cui, volgendo la realtà in una magica prospettiva del visibile, si può dire che ogni più essenziale documento di un’umana spiritualità continua a vivere nella maniera più duratura.

Testo pubblicato in:
Omaggio a Dassu (Giorgio Piacenza),
introduzione di A.Dragone,
Torino s.d. (1970).

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