La pittura come illuminazione interiore (Renzo Guasco)

By admin on 19 luglio 2014 in antologia critica
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Nulla mi è più difficile del dover scrivere brevemente, e ancora sotto l’emozione della sua scomparsa, di un amico, cioè di una persona di cui non si può parlare in modo approssimativo. Bisognerebbe poter fare un lungo discorso, prendendo le mosse da lontano, cercando di non trascurare e dimenticare nulla; ma questo ora non è possibile. Mi limiterò a degli appunti. Dato che queste poche righe sono destinate ad accompagnare, con gli scritti di altri amici, le riproduzioni di alcuni quadri di Giorgio, mi sembra importante affermare che egli non era un pittore dilettante. Non era cioè un uomo diviso tra il proprio lavoro di ogni giorno e l’hobby della pittura, ma era invece un uomo doppiamente ricco ed impegnato. (Ci tengo a dirlo, perché anch’io l’avevo considerato per un certo tempo un artista dilettante). Studioso veramente appassionato e competente di problemi finanziari ed economici, di ricerche di mercato e tecniche di vendita, l’esercizio della pittura non costituiva per lui uno sfogo saltuario, un modo per trascorrere i week-end senza uscire di casa, ma una maggior ragione di vita, forse anche una scuola di metodo. Attento ai continui mutamenti della civiltà, interessato alle scoperte scientifiche, ai problemi filosofici e religiosi, non fu per un caso o per capriccio che abbandonò la pittura ad olio per sperimentare le resine, le plastiche e non so quanti altri nuovi prodotti. Anche questo era per lui un modo di rimanere in contatto con la scienza e la tecnica (cioè con la cultura del nostro tempo).

Gli erano sempre presenti i concetti di evoluzione e trasformazione. I contatti che ebbe con alcuni artisti giapponesi furono importanti per lui, e non solamente sul piano estetico. Da un viaggio in Perù gli venne la passione per l’arte precolombiana e la predilezione per le forme emblematiche, per gli ideogrammi e le lettere di alfabeti sconosciuti; il preziosismo cromatico, talvolta persino estenuato nell’impiego dell’oro. Generosissimo, attento ai bisogni altrui, pronto a dare senza calcoli, senza riserve, le malattie che lo avevano colpito gli avevano aperto nuovi orizzonti. Lo avevano illuminato e trasformato, conducendolo a sfiorare il significato ultimo della vita. Nessuno di noi poteva conoscere quali fossero i suoi pensieri durante le lunghe ore di solitudine, di insonnia, quando la malattia innalzava attorno a lui una barriera che lo isolava da tutti. Immagino però che quando lavorava alle sue composizioni, l’altro suo io doveva essergli in qualche modo vicino e che un riflesso delle sue meditazioni (o illuminazioni) debba essersi depositato, sia pure inconsciamente, sulla superficie del quadro. Spetta a noi cercare di leggere e di interpretare questa sigla, alla quale è affidata la parte forse più segreta, inesprimibile in parole, della sua esperienza (o delle sue illuminazioni).

Testo pubblicato in: Renzo Guasco, Giorgio Piacenza DASSU, a cura di Adriana Piacenza Bechis, Tipografia Torinese Editrice, 1975

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